CAMMINO LA TERRA DI MARCA. “Da Quintilia”, un’osteria e un’ostessa da non scordare

Convivialità, Gastronomia, Ospitalità, Prodotti genuini
Adolfo Leoni
In questo articolo parliamo di:

La prima cosa che mi colpì furono gli asciugamani di lino con merlettatura ai bordi, appesi delicatamente nel bagno del primo piano. Un’attenzione alla clientela. Un tocco di grazia. Non dovuto. Scaturito naturalmente.

Poi, fu il sapore vero dei vincisgrassi (o pincisgrassi, come li chiamava lei, senza, credo, aver mai letto il maceratese Nebbia) serviti su piatti unici, di porcellana, nella sala da pranzo della famiglia, sfornati da una cucina grande e antica. Dove la famiglia era anche o, soprattutto, la clientela affezionata.

In quella sala, dal mobilio ottocentesco, si celebravano piccole feste e si organizzavano grandi convegni. Come quello sull’Insorgenza e sul sacco di Castel Clementino, insieme all’indimenticabile dottor Sandro Totti.

osteria 2

Quintilia Mercuri

Un’osteria che era rifugio, luogo di pace e protezione. Quasi da cospirazione, cospirazione buona.

Sto parlando della storica osteria di Montefalcone e della sua impareggiabile ostessa, Quintilia Mercuri.

17 mesi fa, Quintilia è – io che credo di credere – salita al Padre. È morta a casa sua, tra le sue cose. Tranquilla e serena come era solita essere e presentarsi, con il sorriso in volto.

Da 17 mesi ci manca quel suo sorriso e quella sua ospitalità. Un di meno per ognuno.

Il locale è chiuso. Le persiane sbarrate. Il campetto di bocce solitario. La pergola inselvatichita.

Abbiamo perso lei, e abbiamo perso un pezzo di storia.

Scorrendo la stampa, si ritrovano decine e decine di articoli dedicati all’Osteria da Quintilia. Ne parlava la cronaca e ne parlavano le riviste specializzate. Ne scrivevano Slow Food e il Club di Papillon. Tanti gli elogi e infiniti gli apprezzamenti.

Osteria Quintilia

L’osteria oggi, chiusa

Quel bancone di legno appena l’ingresso, quei tavoli di ferro e granito, quei boccali e quelle bottiglie sulle mensole davano l’idea di trovarsi tra amici, in un luogo domestico.

Di turismo, d’attrazione, di marchi d’area, di tutto questo si discute negli ultimi tempi. Come per dare una boccata d’ossigeno alla nostra economia e rispondere a crisi dalle origini diverse.

Piacerebbe a tanti rivedere quella porta dal vetro riquadrato riaprirsi, quelle persiane spalancarsi, quel pergolato ospitare e fare ombra a nuovi clienti.

Quanti progetti inutili si fanno, in genere. Quanti quattrini inutili si spendono, in genere. Perché le amministrazioni di quella terra, Montefalcone in primis, ma anche Smerillo, Santa Vittoria in Matenano, non pensano di acquistare, riaprire, far gestire a giovani, un locale che non è il solito locale, ma che ha un brand fortissimo, un appeal indiscutibile?

Lasciar correre il tempo vorrà invece dire affossare l’Osteria, dimenticarla, cancellarla dalla memoria.

Non è giusto, neppure intelligente. Specie per la montagna di questi tempi.

C’è una riscoperta fortissima della cultura montana, delle sue costumanze, delle sue osterie.

Ne ha scritto Paolo Cognetti (Le Otto Montagne), ne parla sempre Mauro Corona (La Voce degli uomini freddi, solo per citare un testo), è lo sfondo dei romanzi di Guccini-Macchiavelli, è la brama di Giovanni Lindo Ferretti.

Una diversità, un calore, un’attrattiva. Un luogo del pensiero e della meditazione.

Non perdiamo Quintilia. Non perdiamo la sua e nostra Osteria.

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