CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Fermo: il Colle Vissiano, il colle della storia

Storia, Tradizione
Adolfo Leoni
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Non mi allontano da Fermo. E pure sono lontanissimo. Per il Cammino di oggi scelgo la Montagnola o il Colle Vissiano dedicato ad una martire cristiana decapitata sotto DecioUn’altra dimensione.

Visti dalla strada Mezzina, il Colle Vissiano e il Colle del Girifalco sembrano due colline identiche. Mi rimandano alle Porte di Durin, ai Cancelli Occidentali di Moria, raccontati da Tolkien ne Il Signore degli Anelli. Un pertugio dell’entroterra verso il mare.

Vado in una giornata di sole. Potrei prendere la strada asfaltata. Preferisco il sentiero appena accennato. Mi lascio alle spalle l’Istituto Sassatelli. Alcuni vecchi stanno seduti accanto alle vetrate. Un tempo, Gioventù studentesca portava i ragazzi a Caritativa. Un modo per donare il proprio tempo. Un modo per costruire il cuore. Non so se lo facciano ancora.

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Salgo sino ad una costruzione recintata. La costeggio. L’erba cresce ed è bagnata. Più avanzo e più i rovi si fanno fitti. Faccio esercizio per evitarli. Il Gran Sasso spicca alla mia sinistra, bianchissimo.

Fermo è diversa. È armonica, quella medievale e rinascimentale; è un’escrescenza terribile quella contemporanea.

Se interrogassi gli anziani del luogo mi direbbero che sto ascendendo al vecchio vulcano. Nessuna prova a favore. Anche a me però piace crederlo.

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La recinzione termina. La salita è stata impegnativa. Il fango scivoloso. Pantaloni bagnati fin sotto il ginocchio.

Sono in cima. Non guardo il pilone di antenne. Guardo il prato, ampio. È un posto stupendo, da quasi nessuno frequentato. Una croce al centro e una statua della Madonna.

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Immagino la storia: Abbazia benedettina prima del Mille, con proprio abate; convento di frati Cappuccini con tanto di Studio generale pari ad università, a metà 1500; fortezza del primo esercito insorgente al comando del generale Giuseppe De La Hoz, nel 1799.

Le pietre parlerebbero, ma non ci sono più tracce. La terra parla comunque come trattenesse le anime di quanti l’hanno calpestata. Occorre saper guardare la natura, e vedere l’oltre della natura. Appoggiato alla staccionata, guardo la terra, le zolle. La Zolla è uno dei quadri di Maurizio Bottoni. «Una nitidezza iperreale, un’esattezza fiamminga dell’immagine, che ne restituisce tutto il mistero. E ne esprime anche la drammaticità, per quel fondo buio che emerge anche dietro soggetti, come una zolla fiorita di erbe, apparentemente sereni». Questo hanno scritto di lui.

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Massimo Recalcati ha scritto che «l’opera d’arte… intrattiene sempre un rapporto con l’assoluto».

Squilla il cellulare: un amico. Rispondo. Mi accorgo di essere fisicamente in un luogo per cui ho affetto: la Montagnola, e virtualmente in un altro luogo: quello del mio amico. Se avessi un tablet  nello zaino, potrei collegarmi in rete con il mondo. Qui e là, e là ancora, nello stesso istante.  Lo chiamavano villaggio globale. Oggi usano web city.

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Va bene, accetto la sfida. Però leggo e rileggo La luna e i falò di Cesare Pavese quando scrive: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».

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