Cammino la Terra di Marca. “Vorrei portarvi in una bottiglia”. Parola di Colin Johnson, docente negli USA

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Adolfo Leoni

«Vorrei inserire in una bottiglia un pezzo di terra marchigiana. E portarla in tutto il mondo». Sarebbe il proposito del prof. Colin Johnson. Non uno qualunque. Ma preside di facoltà all’Università di San Francisco. È arrivato in Terra di Marca da osservatore dell’International Student Competition, svolta la scorsa settimana per sei giorni dal mare alla montagnaNe è rimasto colpito. Vuol condurre da noi, prossimamente, gli studenti americani.

Ma cosa l’ha stupito? I pescatori di Porto San Giorgio e il loro pesce preparato al Mercato ittico; il garage di Mogliano dove una famiglia intreccia a mano vimini su commissione di Prada e Vitton; la fabbrica di cappelli di Serafino Tirabassi, a Massa Fermana, con il racconto della paglia divenuta copricapo e la bicicletta di cui Serafino si serviva per vendere cappelli fatti in casa.

Fantastique, ripete. Comunichiamo in francese.

Suor Ida

La badessa suor Ida da Santa Vittoria in Matenano

E lo hanno colpito i vignaioli e gli allevatori di carne razza marchigiana.

fantastique è stato il suo giudizio quando madre Ida, la badessa delle monache benedettine di Santa Vittoria in Matenano, ha portato in tavola zuppa di legumi nostrani parlando di san Benedetto come grande organizzatore di comunità, regola perfetta. Ed anche, il paesaggio dolce, ondulato, non aspro. Accogliente. La campagna, le colline, i Sibillini. Terra. Terra di Marca.

Uno scenario che sarebbe piaciuto a Ermanno Olmi, regista, poeta, autore, amante della campagna, che l’ha raccontata nell’insuperabile L’albero degli zoccoli. Quelle terre fatte di solidarietà e sofferenza. Di valori comunitari e rispetto per stagioni e Creato. Parsimonia e lavoro. Ma anche bellezza di tramonti ed albe.

Riserve geografiche? Regioni del Cuore? Qualcuno se l’è chiesto. Ma non è nostalgia di un mondo perduto. È sguardo aperto al futuro: possibilità di vita diversa. Esitente.

Spiegava Cesare Pavese: «Che cos’è questa valle per una famiglia che venga dal mare, che non sappia niente della luna e dei falò? Bisogna averci fatto le ossa, averla nelle ossa come il vino e la polenta, allora la conosci senza bisogno di parlarne».

Il mio amico Paolo Massobrio, ricordando Olmi, ha scritto che «la civiltà contadina nel nostro tempo c’è ancora: vive nell’impresa di tanti giovani, nelle famiglie e nelle nuove comunità…». Credo che valga anche per questa terra. Agricoltori, artigiani, piccoli esercizi. Siamo noi. Una ricchezza. Ma una ricchezza di cui prendere sino in fondo coscienza.

«La risorsa delle Marche – ha concluso la Student il prof. Alessio Cavicchi – sono le persone». Cuore e intelligenza. Loro vanno fatti parlare, loro vanno valorizzati. Occorrono, allora, festival di artisti e artigiani di casa nostra. Voci straniere siano ben venute, ma non sopprimano quelle indigene.

Concludo con Tagore: «Quanto più uno vive solo, sul fiume o in aperta campagna, tanto più si rende conto che non c’è nulla di più bello e più grande del compiere gli obblighi della propria vita quotidiana, semplicemente e naturalmente. Dall’erba dei campi alle stelle del cielo, ogni cosa fa proprio questo; c’è tale pace profonda e tale immensa bellezza nella natura, proprio perché nulla cerca di trasgredire i suoi limiti».

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