Gente di Campo. Agrilu’: dai meloni alla cipolla

Attività fisica, Biodiversità, Prodotti genuini, Salute, Stagionalità
Adolfo Leoni
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Di sopra, il castello di Moresco e la svettante torre eptagonale; di sotto, la morbida vallata dell’Aso. A metà collina, la casa bianca e il terreno che declina lievemente. La zona ha un nome originale: Fontecasciù.

Luca Grifi 26 anni, mi viene incontro scendendo dal vecchio trattore. Sta fresando, come si dice in gergo. Luana Ruggeri, di anni ne ha 46, mi attende tra gli ulivi stracolmi di olive.

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I soci di Agrilu’

Da tre anni sono soci. Nel 2015 hanno dato vita all’Azienda agricola Agrilù: il loro acronimo. A farli incontrare sono stati i… meloni. Volevano rilanciare quelli autoctoni. Lo hanno fatto, lavorando sodo e correndo sempre. Con soddisfazione della clientela. Poi, si sono detti: «Perché limitarci?». La campagna c’era: tre ettari del nonno di Luca; la passione pure, e così hanno iniziato a produrre ortaggi. «Ortaggi esclusivamente di stagione», precisa Luana, che è una Pr nata ma anche una tipa cui non fa difficoltà prendere zappa vanga e fresa. Eh sì, qui il terreno si lavora come un tempo, come al tempo degli avi. Con tanta voglia di fare a braccio e una filosofia di fondo che hanno immortalata in un testo che recita: «Questa piccola azienda nasce da un sogno coltivato in un angolo di cuore… Noi vogliamo sognare… sperare in un futuro migliore… e vorremmo vedere tornare la gente a cantare nei campi come facevano i nostri nonni…». Filosofia? Poesia? C’è tutto. Ma senza voli pindarici. Perché qui si sgobba sul serio. La realtà è tosta. Ma si rispetta la natura. «Le terre sono a rotazione, le si fanno riposare, si mette erba medica». E si produce secondo il ciclo delle stagioni. In queste settimane tocca alle zucche, ai pomodori tardivi, ai finocchi piantati a seconda dei tempi di raccolta, alle insalate riccia, scarola e coppa, ai crauti bianchi e rossi, alle verze, broccoli, porri, cime di rapa. Senza scordare i futuri meloni: 2.150 piantine.

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Procediamo per la campagna. Passiamo tra i filari di pomodori. A sorreggerli, Luana e Luca hanno messo un incrocio fatto rigorosamente con canne di fosso, «non quelle di plastica e ferro», precisano con puntiglio.

La loro scommessa punta al prodotto sano e buono. In una parola: un ortaggio per un mangiare che faccia bene. L’Agrilu’ non conosce diserbanti chimici. E la qualità li ha premiati. Sono tra i produttori di Campagna Amica che riforniscono, dopo attenta ispezione, le mense scolastiche di Porto San Giorgio.

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L’azienda produce anche olio ricavato da 40 piante di olive (quest’anno abbondantissime) del tipo frantoio, leccino e carboncella.

Visitando l’edificio, Luana e Luca mi conducono in un laboratorio. È il regno di nonno Giovanni, abilissimo fabbro, «è lui – mi spiega il nipote Luca – che aggiusta tutti gli attrezzi che usiamo».

 

Prossimamente, apriranno un punto vendita sulla Valdaso, e impianteranno e rilanceranno, insieme ad altre piccole imprese, la cipolla della Valdaso, con un presidio slow food.

La cosa più bella? Risponde la Pr/contadina: «Quando zappo la terra o raccolgo un ortaggio e a poca distanza si fermano a guardarmi, curiosi, le lepri, i caprioli e i fagiani».

Tutto un altro mondo. Tutta un’altra vita.

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