GENTE DI CAMPO. Dalle carni di Gino ai vini del Castrum Morisci

Biodiversità, Prodotti genuini, Salute
Adolfo Leoni
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All’inizio fu Gino Pettinari da Monte San Martino, prima mezzadro, coltivatore diretto poi. Senza dimenticare il sostegno di sua moglie Rosina Minnucci.

Gino, 90 anni, se n’è andato quest’anno. L’eredità di allevatore di bovini era già passata a suo figlio Agostino. Buona carne marchigiana: una sessantina tra fattrici e vitelli. Difficile però tener testa alle importazioni dall’estero, ai grandi gruppi.

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Da dx: Eleonora, David, Agostino e Luca

Così, nel 2010, molto è cambiato nei dieci ettari di Moresco, che  degradano verso la piana.

Il vino è il nuovo obiettivo. Agostino ha sempre curato una piccola vigna per un prodotto casalingo. «Mio padre potava con rispetto» racconta.

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Ha fatto anche degli esperimenti per buoni spumanti. Riusciti. Ora, in campo, ci sono i figli: David, Eleonora e Alessandra. Gente che ha studiato, s’è diplomata, ha preso la laurea, ma che alla terra non rinuncia. Ed è nata la società agricola Castrum Morisci, antico nome di Moresco. Spiega David: «Ci teniamo ad un rapporto con il territorio, le tradizioni, la storia».

Scendendo verso le loro vigne, si scorge fino a buon punto la torre eptagonale moreschina.

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Le caldaie per il vino cotto

A dare propulsione al progetto è arrivato Luca Renzi, sposo di Alessandra, laureato in scienze naturali, iscritto all’Albo degli agro-tecnici. Uno che ci crede.

I locali sono nuovi, ordinati, lindi. E dal sapore antico, famigliare. Ci sediamo ad un grande tavolo della Cantina dove si può acquistare al dettaglio. Manca solo Alessandra impegnata ad Ascoli Piceno. Due enormi botti alle spalle e un grande bottiglione di vetro pieno di tappi di sughero al centro.

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Questo è l’anno della prima commercializzazione. L’anno d’avvio del mercato.

I 7,5 ettari di vigneti abbarbicati alla collina producono, per i vini bianchi: la passerina, il pecorino, il vermentino, il moscato, la malvasia, il pinot grigio; per i rossi: il montepulciano, il cabernet, il sangiovese e il merlot. Produzione: 20-25 mila bottiglie.

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La clientela è diversa: ristoranti, enoteche, privati. Realtà locali ma anche del Trentino, Toscana, Abruzzo e Sicilia. Dalla Francia s’è fatto vivo  un importatore, e trattative sono in corso con un altro degli USA.

A dire il vero, il primo investimento della giovane impresa è stato quello per il vino cotto. Originali le caldaie rosse.

E originalissima, la fermentazione di una parte (10%) delle uve in grandi anfore di terracotta. Un procedimento poco o niente praticato oggi in Italia, eppure capace di restituire maggiori profumi e sapore.

Sul tavolo sfilano le bottiglie dai nomi particolari: 003 (pecorino), 102 (passerina), 326 (rosato sangiovese), 237 (rosso sangiovese). Sono i numeri delle particelle catastali.

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Esterno della Cantina dove si organizzano degustazioni

Il vino delle anfore invece ha nomi come testa mozza, padreterno, gallicano: contrade moreschine e di un olmo particolare. Focagno è il vino cotto.

L’etichetta della bottiglia è anche in braille, per consentire ai non vedenti e ipovedenti di essere informati. Un’attenzione al sociale.

Progetti? Tanti, tra cui la sapa per nuovi condimenti.

Chi comanda? Calcisticamente è stato risposto: ci sono più numeri 10, che vanno d’accordo.

Ma le donne… pesano molto nelle decisioni.

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