Gente di Campo. Gli antichi grani di Giovanni Antolini

Attività fisica, Biodiversità, Prodotti genuini, Salute
Adolfo Leoni
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Santa Vittoria in Matenano. Patria dei Farfensi e della rivoluzione agricola marchigiana. Strada per Montefalcone Appennino. Prima di una curva, si scende per venti metri circa. Su un tappeto d’erba curatissimo, una casa in legno, di quelle prefabbricate, solida, ad un piano, del colore verde acqua. Sotto al patio, avviluppati a snelle travi poste in obliquo, tralci di vite salgono sino al tetto. Dinanzi alla porta, una lunga, nodosa e possente tavola ricavata da un’altrettanto possente quercia. Poco più sotto transita un gregge.

Siedo intorno alla tavola con Giovanni Antolini. 48 anni, agricoltore. Mi racconta che in gioventù ha svolto altri mestieri. È stato cameriere, dipendente di un calzaturificio e camionista. Poi, il ritorno alla terra, a quella terra che i suoi genitori Alfredo e Ardina Milani avevano lavorato e che lui, piccolo, aveva vissuto.

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Giovanni Antolini davanti alla sua casa

Nel 2000 nasce l’Azienda agricola biologica Giovanni Antolini. Giovanni ha scommesso tutto sul biologico. Per un fattore ideale e di salute.

«C’è bisogno di cibi sani, – sottolinea – c’è bisogno di salute, non si può morire mangiando». Non è una predica astratta. Lui fa riferimento ad alcune aree marchigiane dove i tumori crescono in modo drammatico. La produzione agricola incide, il cibo incide sulla salute umana. Quando lo capiremo sul serio?

80 ettari. Tanta è la sua campagna tra Santa Vittoria in Matenano, Montefalcone Appennino e Monte San Martino. Giovanni ha scelto di crescere i grani antichi, quelli che la grande produzione internazionale, «le multinazionali» tentano di far dimenticare. Lui no, non ha dimenticato. Così ha messo a dimora il Senatore Cappelli, il Gentil Rosso, il Miscuglio Ceccarelli.Accanto ai grani antichi, coltiva miglio e legumi di diverse specie.

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Ha rapporti con la Cooperativa Girolomoni, quella che prende il cognome da Gino Girolomoni, colui che il biologico lo introdusse nelle Marche negli anni Settanta, beccandosi la qualifica di sognatore e forse pazzo. Aveva visto giusto, invece. L’azienda Antolini rapporti li ha avuti anche con i macrobiotici.

Il lavoro è tanto: dieci – dodici ore al giorno, anche d’inverno. Giovanni si avvale dei mezzi: quattro trattori, una mietitrebbia, una raccoglitrice. Una mano gliela dà anche suo padre.

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La fatica non lo spaventa. È il clima a creare problemi. «Non si capisce più nulla: gelate fuori stagione, nevicate improvvise, grandinate inaspettate, bombe d’acqua». C’è poi la burocrazia. Che soffocante lo è già, e per il biologico lo è ancora di più. Molto di più. Non si lagna dei controlli, Giovanni. Vorrebbe però che gli stessi controlli effettuati per i suoi grani e i suoi legumi fossero applicati anche ai grani e legumi di importazione. Altrimenti la partita è squilibrata. È persa dall’inizio.

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Ai giovani che tornano in agricoltura sente di avvisarli: questo mestiere lo si fa come una scelta di vita, non certo per gratificazioni economiche. Alle associazioni di categoria chiederebbe un sostegno per esperienze all’estero: c’è bisogno di conoscenza e di confronti.

Tempo scaduto. Si torna al lavoro.

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