GENTE DI CAMPO. Il vino cotto, e non solo, di Giampiero Marzialetti

Salute, Stagionalità
Adolfo Leoni
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Babbo Giorgio Marzialetti ha i baffi alla Vittorio Emanuele e indossa una camicia felpata a quadrettini bianchi e neri. Lo incontro mentre passeggia nelle campagne di Torre San Patrizio, sopra al rio Ete Morto. Gli chiedo del figlio Giampiero. Mi indica un’abitazione più sotto. La raggiungo. Sulla facciata del muro corto, un tondo con una sigla in corsivo svolazzante: M.G.

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Il sig. Giampiero Marzialetti

Giampiero ha 51 anni e veste una tuta simil meccanico. Ma non fa il meccanico. Produce vino, e vino di qualità. Piccola azienda ma di quelle di nicchia. Era bieticoltore negli anni Ottanta, quando la Sadam dava lavoro e ricchezza al territorio. «Si guadagnava bene a quel tempo». Coltivava grano duro e bietole. Bietole tante. Oggi nei suoi 56 ettari, alcuni dei quali nella zona di Monte San Pietrangeli, coltiva grano duro e girasole. Ma l’attività principale è la produzione del vino. La vigna copre diversi ettari.

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I vitigni sono Montepulciano, Sangiovese e Cabernet per i rossi; Trebbiano, Malvasia, Pecorino e Passerina per i bianchi. L’imbottigliamento è limitato. «Si e no 500 bottiglie. Ma ci debbo puntare di più nei prossimi anni» dichiara.

La vendita è soprattutto di vino sfuso. Vicino a casa c’è un altro edificio, basso, un piano, che ospita la cantina con le cisterne o «vasche» come le chiama, il punto vendita del vino e quello dell’olio, dove non manca mai il Lunario di sant’Antonio.


Marzialetti esterno botti.jpgSì, perché l’Azienda agricola Marzialetti Giampiero nata nel 1995 produce anche olio, specialmente i monovarietali Piantone di Mogliano e Sargano di Fermo. Ma c’è anche l’offerta di un blend Leccino e Frantoio.

E c’è un’altra specialità della casa. È il vino cotto. Prodotto alimentare si legge sull’etichetta di una fiaschetta graziosa e retrò che riporta anche il nome: Turris Patritia, l’antico nome di Torre San Patrizio. Ma il nome è anche un altro: Plinio, in onore del grande scrittore che narrava come gli imperatori usassero bere quel vino a fine pasto. «Probabilmente con i cantucci», scherza Giampiero. «Probabilmente con il ciambellone» precisa la solida mamma Rosa, vergara top.

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Il vino cotto ha una vendita stagionale: «A Natale, a Pasqua, per le feste invernali, insomma». Una bevanda che si associa al dolce.

Giampiero si è più volte esibito pubblicamente nella cottura del mosto e nella successiva realizzazione del vino cotto. Lo ha fatto in occasione della festa paesana Antichi aromi d’autunno, che viene promossa annualmente dalla Pro Loco torrese l’ultima domenica di ottobre.

Turris è anche il nome del Marche IGP Bianco e del Marche IGP Rosso. Lo scorso settembre-ottobre l’uva è stata raccolta in anticipo sia perché già matura, sia per la golosità dei… cinghiali.

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Non mi era mai capitato di sentire che i cinghiali mangiassero l’uva matura. «Invece, è un problema serio – precisa Giampiero – che sta crescendo anno dopo anno». Sulla collinetta dinanzi all’ingresso di casa è stato allestito una sorta di Piccolo museo all’aperto degli antichi attrezzi. Giampiero me li dettaglia: un aratro che veniva tirato dai buoi, una seminatrice e una falciatrice.

Intorno, piante di frutta: ciliegie e mele. E il cerchio si chiude.

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