Gente di Campo. L'azienda Polozzi di Servigliano (Marche - Italia)

Biodiversità, Prodotti genuini, Salute
Adolfo Leoni
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Quando lo incontro è appena tornato da una camminata di circa un’ora: da casa sua, nella campagna di Servigliano che volge verso l’Ete vivo, sino all’imbocco per Belmonte Piceno. Salita dolce all’andata. Un impegno quotidiano.

«Voi pensate che un agricoltore si muova sempre, io invece sto molte ore sul trattore e ho bisogno di camminare». Andrea Polozzi mi saluta così. Lui tira avanti da solo l’azienda omonima: 60 ettari di cui 40 di proprietà. Prima nei campi c’erano quasi solo le barbabietole. Poi, con la chiusura dello zuccherificio Sadam, Andrea ha trasformato le sue terre. Dal 2000 applica solo il biologico. Biologico praticato e certificato.

«Forse dico una bestemmia, ma la chiusura dello zuccherificio e l’abbandono della sola coltura della barbabietola non sono stati del tutto negativi: questi campi avevano bisogno di respirare, erano stati troppo sfruttati». Del tempo delle barbabietole restano appesi alle mura del magazzino gli strumenti: rampino, cavabietole a vanga, rastrello con arella.

Oggi Andrea semina erba medica (50% dei suoi terreni) e ne ricava fieno che vende agli allevatori di bovini del centro Italia e soprattutto della zona parmense, quella del famoso parmigiano. Il fieno dev’essere di prima qualità. Lo esige il prodotto finale. Lo esigono gli acquirenti. E Andrea li soddisfa pienamente.

Il restante 50% è dedicato al grano duro e ai legumi. Questi ultimi li commercializza. Ha rapporti stretti con TerraBio dell’urbinate.

Nei prossimi tempi produrrà anche pasta. Intanto, la tiene per casa: per testarne la qualità. Anche la «vignetta e gli ulivi» sono per il fabbisogno familiare.

Andrea ha 52 anni. È bello piazzato come tanti suoi colleghi agricoltori. Da lui traspare una calma che è la consuetudine a trattare con la natura e i suoi cicli: occorre pazienza in campagna.

Sotto le due tettoie sono parcheggiati i mezzi: rullatrice, seminatrice, falciacondizionatrice, voltafieno, ranghinatore, rotoballa e diversi trattori (piccoli e grandi).

Sull’aia scorrazzano cani in abbondanza. Ci sono macchia, telma e luisa, le due grete, ciuffo e zora. I nomi glieli ha dati la signora Barbara, compagna di Andrea. Milanese di nascita, ha lasciato la città per la campagna marchigiana, attratta «dalle stelle, dall’aria pulita e dalle lucciole». E anche dalla possibilità di tenere liberi tanti animali. Dei cani abbiamo detto, dei gatti sarebbe lunga elencazione, dei cavalli ricordiamo i nomi: Ciamarro e Bellabionda.

In casa, la mamma di Andrea: la signora Felia (soprannome Scrucchì) è cuoca d’eccezione. Se ne avvertono i profumi. Mentre

Papà Romolo (più noto come Giovanni) dà una mano specie per le potature.

La vita dell’agricoltore è dura, dice Andrea. La sua fortuna è di avere «un’azienda tutta accorpata, sia quella di proprietà sia quella in affitto». Il che rende il lavoro più agile.

Una montagna di bancali si erge dinanzi a noi. «Servono per posizionare le balle evitando che tocchino terra e che facciano muffa».

Al momento del saluto, appare una fiaschetta di vino cotto. È troppo presto. Sarà per la prossima volta.

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