“La personalità dei miei vini con il sesto d’impianto”. Parola di Nico Speranza

Biodiversità, Prodotti genuini, Stagionalità, Tradizione
Adolfo Leoni
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Prima di tutto i due paesi gioiello: Monsampietro Morico e Montelparo. Poi, le vigne di Nico, che si distendono lungo le colline.

Mi conquista la scritta Federazione italiana vignaioli indipendenti. Quadratino nero, contorni di bianco dove spicca il rosso di una bottiglia e del corpo di un omino che trasporta una cesta d’uva. Senso di libertà. Gli indipendenti mi attirano. Nico Speranza ancora di più. Zazzera che lo fa somigliare ad un chitarrista di una band inglese anni Sessanta. Invece no. Lui produce vino, come il nonno materno del cui cognomeVittorini si fregia l’Azienda agricola.

Le vigne sono basse. Nico ha sperimentato un metodo tradizionale: il sesto d’impiantoche è «la disposizione geometrica delle piante, con relative interdistanze, impostata in una piantagione legnosa». Pali di legno a sostegno delle viti. Lui aggiunge: «Ho estremizzato il concetto di sesto d’impianto classico marchigiano: vecchi vigneti a 3500 ceppi/ettaro, portandolo a 7650 ceppi per ettaro e 16.000 per i bacca rossa».Vigne originali. Le uve sono del tipo Pecorino, Sauvignon, Incrocio Bruni, Sangiovese vinificato in bianco, Petit Verdot più Montepulciano, Petit Verdot e Marselan, Petit Verdot e Sangiovese. Obiettivo: vini di alta personalità.

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Nico Speranza, vignaiolo

43 anni, veronese, di genitori marchigiani: Rinaldo e Carla Vittorina Orgeas, nel 2005 Nico lascia il Veneto e il lavoro di progettista di impianti elettrici, e torna all’origine, nei campi del nonno Domenico Memé Vittorini. Che fare? La terra lo attira, le viti soprattutto. Sarà vignaiolo. Un vignaiolo sui generis, che integra tecnica moderna e sistemi tradizionali. «In Cantina uso la giusta tecnologia in maniera non invasiva. Procedo con pigiature soffici e a freddo per estrarre solo il “fiore” per i vini bianchi mentre solo la diraspatura per i rossi». Ripudia la solforosa « che impedisce qualsiasi evoluzione intontendo il vino e rendendolo senza personalità». Dei bianchi non butta via niente: «Durante l’affinamento, dopo la fermentazione alcolica, il vino si spoglia depositando sul fondo quello che chiamiamo, termine non appropriato, feccia. Quest’ultima è la sua ricchezza, il suo patrimonio, il marchio identificativo del vino cioè uomo, territorio e varietà. Per i vini rossi, il procedimento con la fermentazione dell’acino intero senza l’uso di solforosa rappresenta, insieme con uno svolgimento a temperatura controllata della fermentazione malolattica, il mio stile».

Tecnica e anche filosofia di vita. Nico è per la decrescita felice e la guerra alle emissioni nocive. Per ridurle il più possibile, è ricorso in cantina all’energia geotermica. «Il controllo della temperatura sia freddo che caldo è gestito da una pompa di calore geotermica che migliora il rendimento risparmiando energia».

Tredicimila le bottiglie prodotte lo scorso anno. Clientela negli Stati Uniti, Australia, e Italia, specie a Milano e Roma.

Nico si avvale di Manuel Pasquali (PR), Simone Brunelli (Meccanica), Andrea Mancini (Amministrazione), Matteo Lupi (Enologo).

E lui? Gira, bottiglia in mano, e spiega, racconta, appassiona.

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