RACCONTI DELLA MARCA. Gli innamorati di Smerillo

Storia, Tradizione
Adolfo Leoni
In questo articolo parliamo di:

Lo smeriglio volava alto, punto nero nell’azzurro infinito. Ad occhio nudo, non si coglievano colpi d’ala. Il falconide solcava ogni tipo di corrente dondolandosi come in una culla.

La giornata era tersa. Il sole splendeva su una vegetazione inorgoglita dall’abbondante pioggia dei giorni precedenti.

Adulti e giovani potevano tornare nel bosco a riprendere i lavori. C’era molto ancora da tagliare, accatastare, e trasportare con cavalli e muli dinanzi ad ogni casa. Ci si preparava alla provvista dell’inverno.

La fessa

Le asce percuotevano gli alti fusti. E i colpi risuonavano nel silenzio dell’altopiano. Ogni tanto, s’alzava una voce. L’albero colpito a morte, travolgendo rami sottostanti, schiantava a terra con un ultimo sussulto d’orgoglio. Dalle piante più vicine fuggivano migliaia di uccelletti.

Imperterrito, lo smeriglio continuava i suoi ricami.

Da un buco d’azzurro nell’intrico delle foglie, il ragazzo fissava l’uccello. Invidiandolo: così libero di spaziare nell’immenso. Un altro viso, nello stesso istante, guardava lo smeriglio. Ad un centinaio di passi dal bosco, nei pressi della Rocca sull’invalicabile sperone di roccia, una quindicenne era attratta da quel volo.

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La Rocca di Smerillo

La stessa sera, i due giovani si dissero delle acrobazie dello smeriglio.

Nascosti dietro la rupe, stretti l’una accanto all’altro, sognavano quella libertà. Da tempo si amavano e il loro innocente discorrere era ricco di piccoli ma felici progetti: matrimonio, casa, bambini. Lui, che avrebbe insegnato ai maschi il taglio del bosco e i cicli della natura; lei, con le sue donne, intenta a badare l’orto e tener dietro alla famiglia. Poi, la sera, intorno al focolare, a raccontare storie d’avventura e ricordare chi non c’era più eppure aleggiava ancora.

Ma i sogni erano destinati a rimanere tali. I rispettivi genitori si odiavano di un odio atroce. Risalente, secondo alcuni, alla nascita del Borgo stesso. Un fatto di sangue, all’origine. Mai più le due discendenze avrebbero dovuto incontrarsi o, peggio, stringere rapporti. Una sorda ira covava, pronta ad esplodere.

Invece, i due ragazzi l’avevano sconfitta giurandosi eterna fedeltà.

La rupe stavolta non li protesse. Ci fu gente che li vide abbracciati. La voce corse. Le famiglie scesero in armi, a vendicare offesa e onore infangato.

Le torce brillarono. Gli uomini arrivarono da vie diverse. Urlando come ossessi.

I giovani videro il pericolo. S’alzarono in fretta. Furono nel mezzo dichiarando apertamente il loro amore, e chiedendo solo pace.

Paonazzi divennero i volti degli adulti. A nulla valsero preghiere e implorazioni. Le armi erano pronte. E quasi lambivano i corpi degli innamorati. La morte era nelle menti contorte dall’odio.

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Fu allora che la terra tremò. Come un urlo strozzato. Come un’imprecazione. E un baratro s’aprì. Una fenditura nella roccia. La fessa non volle chi s’odiava. Accolse invece i due ragazzi. Inghiottì i due innamorati. Non fu come un precipitar di sassi nelle viscere, ma un discendere delicato, come il volo leggero dello smeriglio del mattino. La fessa li attirava e proteggeva. Il sogno d’amore, impossibile nella terra degli uomini, si concretizzava in un altrove senza rancori.

Chi oggi guarda le conchiglie impresse nella roccia di Smerillo, ne troverà due quasi abbracciate.

Sono gli innamorati del Castello. Che il Castello aveva rifiutato.

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