Racconti della Marca. Il colore del Presagio

Biodiversità, Religiosità, Storia, Tradizione
Adolfo Leoni
In questo articolo parliamo di:

Il tramonto è di fuoco

La montagna avvampa.

Un incendio sembra ghermire alle spalle gli Appennini.

Rosso intenso, rosso cupo… o rosso sangue.

Sarà forse questo il colore della Sibilla?

Sibilla maga, Sibilla strega, Sibilla vergine.

Le Sibille affrescate nei santuari di Maria,

quelle depurate dagli scritti di autori strani,

quelle che popolano menti e desideri…

Al mattino presto è il lucore dei monti che abbacina.

Il sole riflette una parte della cima incoronata.

L’altro versante resta… nell’ombra.

si

O sarà questo il colore della Sibilla?

L’ombra, il buio, la tenebra?

E se fossero entrambi, come in un gioco doppio di volti,

di un Giano a due facce: il rosso del fuoco e l’ombra della tenebra?

E se la tenebra fosse il colore del pre-sentimento?

Era l’abito di donne scomparse.

Io le ho conosciute.

Era il nero, il colore preferito.

Sempre indossato.

Non per mestizia.

Neppure per lutto.

Per abitudine, per tradizione… per consapevolezza.

Non era come per le vele di Teseo, lasciate per errore a gonfiarsi sui pennoni, messaggio non voluto, che portarono il padre Egeo al suicidio.

Non per mestizia. Neppure per lutto.

Per un ricordo, sì, per una memoria, per qualcosa di ancestrale.

Di oltre, più oltre, più in là.

Per una consapevolezza, dunque, direi.

Costruivano grattacieli e grandi navi, gli umani.

E prima, furono pievi raccolte e poi cattedrali slanciate e acquedotti superbi.

E teatri ed arene.

E piazze enormi: acropoli di parole e rettangoli perfetti d’automi dal passo dell’oca. Ieri come oggi.

Di nero vestivano le nostre nonne. E le nonne delle nostre nonne.

E loro sapevano il perché.

Gli eroi bruciavano Troia, s’avventuravano oltre le colonne di Ercole.

Sfidavano i leoni di Namidia, incenerivano le foreste di Teutoburgo, fino a far crescere un fungo su Hiroshima.

Di nero vestivano le nostre nonne.

E sapevano il perché.

Non era mestizia, neppure lutto.

Era presagio!

Cavalieri erranti raggiunsero la bocca dell’antro.

E videro la tenebra della maga, l’ombra della strega,

il riflesso della Vergine.

Ma pieni di sé, non domandarono.

Scelsero l’altra faccia. Sicuri della propria insicurezza.

Pieni di sé, cercarono le viscere più profonde.

Trovarono le serpi divenute corpi di burro, sgargianti di colori.

Eterno conflitto, eterna sfida.

Provocazione, infine. Scuotimento.

Prevaleva il colore del sangue.

Non chiesero all’ombra oscura della maga.

Neppure chiesero al fuoco avvampante di corpi e di abiti.

Condannati all’ebbrezza… non chiesero.

Neppure a se stessi.

Non era mestizia del lutto. Non era colore di morte, l’altra faccia.

Ma qualcuno ci fu.

Qualcuno che ascese la montagna per trovare se stesso.

Un senso, un senso all’esistere.

Solo potenza?

Fu allora, che la maga, la strega, la vergine, parlò.

Non era mestizia e non era lutto il suo colore.

Era… avvertimento. Era… presagio.

Era il sentimento della fragilità degli uomini tutti.

Quello provato e riprovato nell’indistinto intrecciarsi di corpi.

Era il pre sentimento della caducità delle cose,

assaporato ogni venerdì di passione.

Io, onnipontente, e destinato a morire.

Io, sopra ogni legge, e destinato ad essere cenere.

I volti ora parlavano, all’unisono,

le facce si mischiavano,

le bocche s’arrotolavano.

Io, onnipontente, e destinato a morire…

Eppure io, inutile scheggia d’un Infinito chino sul mondo,

destinato a ricongiungermi con il Mistero del mondo.

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