RACCONTI DELLA MARCA. Il fiume e la città che non fu madre

Storia, Tradizione
Adolfo Leoni
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Le sue acque erano cristalline. I pesci vi sguazzavano talmente numerosi che li si poteva catturare a mani nude.

La vegetazione cresceva rigogliosa e intricata. Le querce, i lauri, i gelsi, i salici, e poi i rovi e le edere onnipresenti nascondevano animali d’ogni specie. Se piccoli, se ne sentiva il frusciare ovattato; altrimenti, il rumore si faceva fragoroso e a volte impressionante.

Il fiume Tenna ricordava Tinia, lo Zeus degli Etruschi. Da quei Monti Sibillini scendeva sino al Mare nostrum. Ad ogni uomo incontrato sulle rive, la sua voce sussurrava di Alcina, la sacerdotessa, o di coloro che l’avevano preceduta sulle balze incantate.

Bastava saper porgere l’orecchio e il fiume avrebbe rivelato ogni storia cui era stato a volte spettatore, a volte attore principale.

Falerio

Il Teatro romano di Falerio Picenus

L’acqua scorreva veloce giù dalla montagna. Alcune svolte costringevano il Tenna ad uno spumeggiante duello con le rocce. Più tranquillo diventava lungo la piana, come un tono pacato per presentarsi dignitosamente al mare.

In quell’alba, i buoi trascinavano a fatica, fumiganti, il carro. Le pelli pesava. Il tracciato risultava malagevole. Le piogge dei giorni precedenti l’avevano ridotto ad acquitrino.

A cassetta, il guidatore sonnecchiava. Era vecchio, ma il suo corpo evidenziava ancora l’antica muscolatura da guerriero.

Aveva condotto il carro nelle tenebre, ed ora, che il buio lasciava la contrada, l’uomo poteva abbandonarsi al sonno. E al sogno…

Era nato in riva al fiume. Lungo tutta quella valle aveva combattuto. Ricordava le acque come occasione di prosperità o di morte. Sotto le secolari querce sarebbe tornato ad essere polvere. Il sogno portò immagini diverse dal reale. Dove sorgevano casupole di fango, il vecchio vedeva abitazioni di marmo bianco: una città intera, con ville e grandi archi, attraversata da ampie strade lastricate, dotata di terme, arricchita da un vasto teatro ed un altrettanto capiente anfiteatro. Vedeva, anzitempo, Roma, le sue legioni, la sfilata dei generali irrisi per un giorno. Immaginava proprio là, sulle sponde del Tenna, la capitale dell’immenso impero.

FALERONE_Parco_Archeologico_Falerio_Picenus

I “Bagni della Regina”, Falerio Picenus

La visione lo scosse. E d’improvviso tornò cosciente. Si guardò attorno. Scenario consueto: il fiume scorreva tranquillo parlottando con i rami protesi a pelo d’acqua.

Solitaria, sul viottolo di fango, poco più avanti, una splendida fanciulla sembrava attenderlo in silenzio. Quando le fu accanto, la donna dal volto dolcissimo gli fece cenno di fermarsi. I buoi non s’erano ancora arrestati che la ragazza si trovava già a cassetta. Guardò il vecchio con un sorriso e gli parlò. Gli raccontò di una grande città che sarebbe sorta sugli argini di un fiume. Città potente e ricca.

Il sogno tornava nelle parole di lei.

Ma quale fiume?

La sconosciuta tacque. Poi, alzando la mano, tracciò strani segni nell’aria e, indicando il fiume che scorreva loro accanto, scosse più volte il capo, ripetendo: Tevere! Tevere! L’acqua del Tenna non è bastevole!

Lo ripetè ancora e ancora.

Secoli dopo nacque Falerio Picenus, splendente insediamento romano. Ma non fu Roma.

Il fiume che nasce dai Sibillini non era destinato a generare la città madre. Le sue acque avevano poca portata rispetto all’altro fiume.

Chi fosse quella donna non fu mai chiaro. Qualcuno parlò di Alcina, la maga; altri di sua madre, la Sibilla. Ma c’è anche chi è pronto a giurare che fosse, addirittura, la «Madonna benedetta».

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