RACCONTI DELLA MARCA. La driade delle querce

Religiosità, Storia, Tradizione
Adolfo Leoni
In questo articolo parliamo di:

La via delle Querce. Il campo di grano appena mietuto. Le Morrecini di Belmonte Piceno. I resti di un monumento funebre romano su un colle in mezzo alla campagna. E una luna, pallida quanto enorme. Ed enorme più che mai.

Andrea fermò l’auto, d’improvviso. Inchiodò e scese. Nonostante fosse caldo, indossò la giacca. Un gesto quasi automatico.

La notte era perfetta. Di quelle dove tutto può accadere.

Morrecini

I cani latrarono. Qualche uccello notturno prese il volo. Le luci dei paesi più in basso tremolavano. Il Monte Vettore sembrava ancor più un elefante inginocchiato.

C’era come un qualcosa che spingeva. Quasi una forza misteriosa scaturita dalla terra, sprigionata da essa. Che spingeva verso l’alto, verso il colle, la punta più alta e nascosta del crinale… verso le Morrecini. Irresistibilmente.

Andrea si lasciò quasi trasportare. Era un sogno o una realtà? Non capiva e non voleva farlo.

Gli spuntoni del grano gli ferivano le caviglie ed il calpestio era l’unico rumore. Ma non ci badava. Si tolse rapido la giacca, si sbottonò la camicia, allentò la cinta dei pantaloni. Come tanti gesti liberatori che la notte consentiva. Quella notte soprattutto.

Si percepì diverso, strano, come a metà tra concretezza e fantasia. I confini stavano saltando, lui non riusciva a controllarli.

Si accorse di correre in salita, sfiorando appena il terreno.

Quercia

Quanto tempo occorse non lo capì. Si trovò all’improvviso circondato dal verde all’interno del boschetto. La sommità era raggiunta. Gli occhi ora si erano abituati al buio. Vedeva i contorni delle case, i pali accatastati per probabili e futuri lavori, i recinti per scongiurare il passaggio dei cinghiali. Vedeva l’uno e l’altro versante dei fiumi.

Sedette. Il silenzio era assoluto. Anche i cani avevano smesso di preoccuparsi.

Era tempo di domande. Era tempo di risposte. Le poneva da tempo, le cercava da tempo.

Qualcosa sarebbe accaduto. Lo avvertiva. L’aveva sperato. Lo sperava. Non si vive senza una speranza.

Poi, accadde. Da dietro, un fruscio. Come qualcosa che scivolasse sull’erba, leggero, appena impercettibile.

Andrea si girò di colpo. Una figura umana era apparsa dall’intrico del fogliame. Come uscita dal ventre della terra o, meglio, dalla pancia delle querce. Come staccatasi dalla loro corteccia. La fattezza faceva pensare a una donna. E donna lo era: altera, sguardo enigmatico, forse distante eppure vicina, forse amica oppure no.

Nera la notte, nero il suo abito, neri i suoi capelli.

Andrea rimase ammutolito. Guardava quelle movenze. Lei si avvicinò. Gli sedette accanto. Muta sino ad ora.

Un fantasma in un corpo di donna? Andrea stava superando lo sconcerto e lo stupore.

Lei, come se avesse capito, stese una mano. Era lunga, affusolata. Deliziosa. Non era un fantasma eppure lo era.

«Che c’è?» chiese lei con un filo di voce mai udito prima.

E nel porre la domanda avvicinò la testa di Andrea al suo grembo. Il corpo dell’uomo si distese. E piano piano Andrea raccontò di sé, della sua vita, dei suoi amori. Un fiume in piena. Per ore o minuti. Il tempo vacillò: si estese e si ritrasse.

E più parlava e più si sentiva libero e felice.

Fu il frinire delle cicale a svegliarlo. Era giorno fatto.

Andrea era disteso e felice. La giacca era stata il suo cuscino. Ma sotto ad essa trovò una specie di coroncina di fiori intrecciati intorno ad un anellone a sei nodi.

Il dono di una driade.

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