Racconti della Marca. La fata di Smerillo

Storia, Tradizione
Adolfo Leoni
In questo articolo parliamo di:

I miei amici ridevano quando raccontavo di aver incontrato una fata. «Ma dai, le fate…».

Eppure, una fata c’era stata.

La incontrai a Smerillo, una sera che non stavo bene in alcun luogo. Tv? obbrobriosa; scrivere? che palle!.

Io, auto. E via. Verso i monti. Non troppo veloce, le curve si susseguono. Intorno, un altro mondo in questo mondo.

In paese, nessuno. Salgo la Rocca, mi affaccio dal balcone e mi perdo tra un tremolio di luci e oscurità.

grotta

«Salute!». La voce arriva da dietro. Incantevole.

Di solito: «Salute» è il mio… saluto.

Fa effetto ascoltarlo da altri… da una donna alta quasi quanto me, esile, bellissima.

«Salute», replico con un qualche impaccio.

Indefinibili gli anni.

«Che fai?». La domanda è diretta. I suoi occhi sono nei miei.

Mi viene incontro, si appoggia alla balaustra. Meno di un passo da me. Il vestito è nero come le tenebre. Il profumo travolgente. Muta, mi guarda che guardo la Sibilla.

«Lo so che ti piace».

«Come fai saperlo?».

«Lo so e basta».

È autorevole.

«Si, mi piace la montagna con le sue leggende».

«Sono una di quelle».

«Come?»

«Sono una di quelle leggende», ripete, sottovoce e  mi tocca la spalla destra, come volesse render carne un fantasma.

«Sei …una fata?».

«Sono una fata».

La sua bocca è sulla mia, la sento ansimare, il corpo vibra, si inarca, poi si rilassa.

L’auto è poco più sotto. Scivoliamo due volte prima di raggiungerla. È in quel momento che avverto un rumore sordo, come di noci che cozzano. Siamo in macchina, scendiamo verso San Ruffino. Lo spiazzo è buio, ampio. Accogliente.

«Che scomoda la tua auto», mi rimprovera sorridendo.

Già: che scomoda. E se fosse stata comoda?

Mi chiede di ricondurla a Smerillo. Prima di scendere indugia con un altro bacio, poi sparisce silenziosa con quel rumore…

È la notte di lunedì. Notte senza sonno, passata a rimuginare.

Torno il martedì. La ritrovo con le identiche intenzioni. Riappare anche il mercoledì e quello dopo ancora. Il venerdì, no. Non c’è. La cerco, giro la collina. Non c’è. Non conosco il nome, né la  casa. L’ho persa? Il sabato è di nuovo lassù e così anche la settimana successiva. Ma il venerdì, no. Nessuna traccia. Intanto il rumore sordo ce l’ho nelle orecchie. La terza settimana sono deciso a capire.

Il giovedì voglio lasciarla il più tardi possibile. Ma già alle 23 chiede di tornare. Sono molto guardingo. La lascio che manca poco alla mezzanotte. Scende dall’auto, mi saluta come sempre. Ed eccolo il rumore delle noci.

Ho deciso di seguirla. Ha un’andatura strana, a scatti. Superata la curva inizia a correre velocissima. Non le tengo dietro. E il suono diventa un rimbombo, una specie di galoppo, come un legno che batta sulle pietre. Non sono zoccoli, non ha zoccoli, sono piedi di…capra… e non di donna…

Corre verso un antro, animalesca. Non è più lei. È vecchia, piena di rughe. È altro…

Gli ultimi pastori raccontano come nella reggia della Sibilla ogni venerdì le donne si trasformassero in serpenti succhiando sangue per rigenerarsi, e ammaliare, il giorno dopo, e dividere, e sconvolgere. E far soffrire.

«Non era una fata», commenta l’amica più maliziosa.

«All’inizio, una fata, più tardi una s…».

Vorrei dire «strega», ma non ce la faccio. La mia amica sorride. Le guardo i piedi. È scalza, è stata al mare.  Li ha abbronzati. E mentre si muove le noci sono lontane. Fuori stagione. Non sbattono più.

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