Tradizioni della "Terra di Marca. Il segreto de "Montejorgio Cacionà"

Convivialità, Tradizione
Adolfo Leoni
In questo articolo parliamo di:

Montejorgio Cacionà ha spento 50 candeline.

Mezzo secolo di vita da quel primo gennaio 1957 quando quattro poeti montegiorgesi, che scrivevano in dialetto, dettero vita ad un evento culturale d’eccezione. Un evento sempre amato. E che, di anno in anno, ha mantenuto freschezza, allegria, compostezza e riflessione. Esempio raro di un tradere, una tradizione che evolve restando salda alle radici.

Venerdì, sabato e domenica scorsi il teatro Alaleona ne ha ospitato, ancora una volta, il compleanno.

Il primo dato da riportare è l’affluenza di pubblico: teatro pieno ogni serata. Il secondo dato è l’amalgama. L’amalgama tra registri diversi che non stonano, non si sovrappongono ma si intersecano.

C’è il registro poetico, quello per cui Motejiorgio Cacionà nacque, dove si respira l’alta poesia di Agostino Scaloni (tra l’altro morto di recente… come avrebbe voluto partecipare a questa festa!), di Antonio Angelelli (‘Ntunì de Tavarrò), Sesto Vita (Sesto de Rabbio’), Giovanni Capecci (Nannì de Capiccittu). Poesia d’amore, di nostalgia, di scena quotidiana di fatiche, anche di ironia sottile ma mai irriverente. Pregna sempre di un  realismo fatto dall’osservazione delle piccole cose: quelle che alla fine sono grandi e vere.

C’è il registro della scenetta comica, simpatica, che mai se la prende con la persona ma mette il dito in situazioni contraddittorie, e sempre trattata con levità. Da sbellicarsi la satira riguardante i sindaci locali – ridevano anche loro dal palco delle autorità – (quello di Montepiducchio alias Montegiorgio, dove tutto va bene madama la marchesa, quello di Sgrafagnano alias Rapagnano, dove ci si prepara alle Olimpiadi «se no spacco tutto!», quello di Sverdiagliano alias Servigliano, pronto ad ospitare nel borgo più bello d’Italia il concerto dei Beatles, quello di Monzampaolo alias Monsampietro Morico, dove il trattore è la propaggine della sindaca, quello di Smuovo alias Fermo in attesa che atterri in piazza del Popolo l’astronave spaziale).

Il terzo registro è quello del canto popolare con un impareggiabile Coro Folk capace di interpretazioni di altissimo livello su testi di Scaloni e musiche di Luigi Azzurro e Manlio Massini.

Al centro il poeta Agostino Scaloni in una delle sue ultime apparizioni al teatro Alaleona di Montegiorgio

Infine, un quarto livello, quello della tradizione più vera, quello del passaggio del testimone dai fondatori ai più giovani senza cesure e cadute, in una sorta di catena intergenerazionale che non fa fatica a dialogare. Come dimostrano i grandi: Fabiola Del Bello e Bruno Marziali. Dove gli uomini – per dirla con Mauro Corona l’alpinista – non sono mai disgiunti gli uni dagli altri e «hanno trovato qualcosa di pronto, tracciato, agevolato da altri vissuti prima». Come Massini, Boncori, Crisi. Come Agostino Scaloni la cui presenza aleggiava tra il palcoscenico, i palchi e la platea… «… E passa le stagiò, passa l’immerno e ppo’ la primavera, e ppo’ l’istate e passa quello che paria l’eterno; passa cuscì l’amore e le risate».

Non passa Montejorgio Cacionà fintantoché gente di cuore ne raccoglie l’eredità.

Prossimo appuntamento il primo aprile. Sempre con gli impareggiabili presentatori Michela Vita e Fabio Santilli.

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