Chi siamo

Valorizzazione della Dieta Mediterranea intesa come eco-sistema e stile di vita di una comunità territoriale.

IL MANIFESTO

1) Mi impegno a difendere la nostra campagna, e ad incrementare le colture legate alla Dieta mediterranea;

2) Mi impegno a realizzare un menù turistico che presenti le specificità della Dieta;

3) Mi impegno a coinvolgere e valorizzare i vecchi depositari di ricette tradizionali;

4) Mi impegno a fare dell’Accoglienza e dell’Ospitalità non una tecnica ma un moto del cuore;

5) Mi impegno a ricercare i prodotti della nostra terra e valorizzarli attraverso le Denominazioni Comunali;

6) Mi impegno a creare filiere cortissime e occasioni particolari dove gli agricoltori e i piccoli produttori agroalimentari

abbiano la possibilità di presentare e vendere i loro prodotti;

7) Mi impegno per la salvaguardia dei nostri Borghi. Luoghi dove è ancora possibile condurre una Buona Vita;

8) Mi impegno a sostenere quelle associazioni che riscoprano gli Antichi Sentieri e i Nuovi Cammini;

9) Mi impegno perché torni il senso vero della Festa come componente del sentire comunitario;

10) Mi impegno perché la nostra e le future generazioni non abbiano più da violentare la nostra Terra di Marca.

 

Lando Siliquini potrebbe essere il nuovo “santo petroliere”. Non perché abbia scoperto l’oro nero sui Monti Azzurri. Neppure perché manovri una trivella. Il suo “oro nero”, il nostro “oro nero”, è di ben altra specie. Ha a che fare con il cibo, prima ancora con la produzione agricola, prima ancora con la difesa della terra, prima ancora con un modo di vita che è cultura tradizionale slanciata sul futuro attraversante il presente. Con la nostra storia e la nostra contemporaneità, insomma. Con il nostro paesaggio e panorama. Con le generazioni che furono e che sono. E che saranno. Generazione su generazione.
Si chiama Dieta mediterranea, Dieta della Sibilla, scrive l’autore. È la nostra, di queste terre, di queste genti, di un certo modo di vivere e intendere le cose, le persone, l’agricoltura, i borghi. Era il nostro cibo quotidiano sino a 50 anni fa, erano i prodotti della nostra agricoltura. Prima di tutto era lo stile di vita giunto sino a noi.
Li stiamo dimenticando, e proprio noi che vi eravamo immersi. Ne intuirono la portata (che successivamente dimostrarono con una indagine complessa e raffinata) il nostro grande scienziato Flaminio Fidanza (originario di Magliano di Tenna) e il maestro Ancel Keys con il forte contributo delle rispettive Consorti; e non fu cosa pacifica, proprio in quegli anni cinquanta e sessanta dell’altro secolo in cui la ricca alimentazione “americana” veniva acclamata, indistintamente, come una panacea... prima di rivelarsi un vaso di Pandora.
E fu lo Studio delle Sette Nazioni (il Seven Countries Study)... Uno studio che vide Fidanza appassionato animatore e motore dell’iniziativa, e che fu “uno dei più importanti studi ecologici - scriverà più tardi il Professore - in quanto è stato il primo a dimostrare in popolazioni molto differenti una significativa relazione tra le abitudini alimentari e la rispettiva incidenza e mortalità per cardiopatia coronarica”.
Attivo, vivace, arguto. Flaminio Fidanza ha lavorato sino al giorno della sua scomparsa per contribuire, nel suo campo, alla crescita dell’Italia. Ha trasferito nei suoi studenti e in quelli formatisi sui suoi libri un patrimonio di conoscenze e di intuizioni, ha segnato un cammino che oggi Siliquini riprende e continua con il suo libro.
Quella dieta, ancora oggi la stanno studiando gli Americani, per rispondere ai gravi problemi di obesità. Ne discutono alla FAO, per risolvere magari un segmento di fame nel mondo. Se n’è accorto l’UNESCO, che l’ha dichiarata bene immateriale dell’umanità. Sarà il tema conduttore di EXPO 2015.
“Oro nero”, patrimonio prezioso, allora per la Terra di Marca. E “santo petroliere” Lando Siliquini, tra l’altro medico, umanista, storico, che vi rimugina sopra, scava, riporta in superficie un modo tradizionale di vivere, produrre e alimentarsi. Ne scrive. Ed è come se dicesse: state attenti, abbiamo una ricchezza da proporre, riguarda la salute e la possibilità di vivere meglio se solo seguissimo alcuni accorgimenti che ci appartengono da sempre! Dai Piceni e forse anche da prima. Sino ai nostri nonni!
Sta qui l’importanza del lavoro attuale di Siliquini: aver detto, e dimostrato, che vale la pena immischiarsi con la Dieta mediterranea, metterci le mani, riproporla, in un quadro più ampio, che abbraccia agricoltori, ristoratori, medici, insegnanti, operatori turistici, istituzioni, famiglie. Una comunità, insomma.
“Le cose ben fatte fatele sapere perché servono a tutti”. Lo disse anni fa il prof. Paolo Preti, docente alla Bocconi, intervenendo ad un convegno nelle Marche. Parlava di economia. Ma la massima vale in ogni ambito.
Dieta mediterranea ovvero un propulsore. Un’identità. Un marchio, un brand, per dirla in modi raffinati. Un’occasione di svolta anche turistica. Non vorrei usare una parola grossa come svolta di civiltà, ma lì vicino. Perché dietro alla nostra Dieta c’era un modo particolare di intendere la vita, perché ha il sapore delle nostre contrade, della laboriosità della gente, dell’incanto dei nostri monti e dei nostri borghi.
La Dieta mediterranea nasce in questa terra così ben descritta da Margareth Collier, inglese, giunta nel Fermano circa un secolo e mezzo fa dopo il matrimonio con l’ufficiale dell’esercito Arturo Galletti. Affacciandosi ad una finestra della sua villa su un cucuzzolo della campagna di Torre San Patrizio, scriveva: “Tra l’Adriatico e la catena appenninica dei Sibillini giace una campagna fertile e ondulata, ricca di cereali, di vino e d’olio. Campi pezzati di grano, di granturco, di trifoglio rosso, di lino azzurro, di legumi ricoprono le valli e i pendii delle colline. Aceri e pioppi, inghirlandati di viti, s’innalzano dai campi di grano. Ulivi e gelsi abbondano. Le acacie orlano le strade, e qua e là gruppi di querce e di olmi fanno rimpiangere al viaggiatore che non ne siano stati risparmiati di più in quella che una volta era una contrada con boschi bellissimi. Coppie di enormi buoi tirano gli aratri e i carri dipinti. Gli Appennini incappucciati di neve chiudono ad ovest l’orizzonte, e la distanza rende incantevole la vista del mare, intravisto tra le curve delle colline, punteggiato dai colori vivaci delle vele delle barche da pesca. Strane minuscole città circondate da massicce mura di difesa stanno appollaiate sulla cima di ogni collina”.
Nel suo libro Siliquini è come se dicesse: cambiamo stile, torniamo alle radici, a quello che c’appartiene e ci contraddistingue.
C’entra, allora, anche quanto ha scritto nel 2012 il Wall Street Journal. Il quotidiano statunitense affermava che l’Italia poteva superare la crisi ritrovando la sua storia, specie quella rinascimentale, quella delle piccole patrie, delle città stato.
Nello stesso anno, Salvatore Settis, archeologo-docente-scrittore, rilanciava da Moresco la necessità della tutela del paesaggio e la difesa dei borghi. E Vittorio Sgarbi ribadiva da Penna San Giovanni (e nei giorni scorsi da Porto San Giorgio e Montegiorgio) la necessità di difendere la Terra di Marca perché ricca di cultura e di bontà. Il cibo non è distante da tutto ciò, ne è invece una componente essenziale.
Cogliamone un altro aspetto ancora. Qualche tempo fa, a distanza di pochi giorni, prima il Tg5 poi il Tg1 hanno parlato dei “piatti della nonna”. Non solo, anche quotidiani e periodici nazionali sono intervenuti sullo stesso argomento lanciando un “Allarme a tavola”. Lo ha fatto per prima la rivista Le vie del Gusto. Questo il concetto: otto italiani su dieci temono che “la sapienza culinaria della nonna” venga cancellata completamente.
«Se ci fosse un Wwf della gastronomia», scriveva un altro giornale, «il panda sarebbe lei, una bella signora con le rughe, il grembiule a fiori e il mestolo di legno in mano». La nonna, insomma, quella brava massaia di cui noi, ormai con i capelli bianchi, ricordiamo ancora i gustosi “menù”, le ricette “povere”, la capacità di valorizzare ogni ingrediente e di non sprecare nulla. Ma i giovani?
Occorre che i ristoranti (e/o le locande e/o le trattorie e/o le osterie) siano propensi a sposare e proporre il menù nostrano, quello derivato dalla Dieta mediterranea. E occorre che qualcuno a casa, qualcuno di più “moderno”, torni a riproporre un pasto tradizionale. Eppure non basterà ancora. Perché manca l’ultimo e forse più significativo elemento: la Festa. C’è anche questo nell’orizzonte della Dieta. La Festa, con il suo significato più profondo, e la logica di superare il concetto del “produci, consuma e crepa”, per dirla con le parole di una canzone di Giovanni Lindo Ferretti.
Sempre nel 2012, in un’indagine nazionale, la metà degli intervistati raccontava “che una volta i pranzi e cene coi parenti erano un’abitudine, per un terzo un appuntamento fisso ogni domenica; oggi, quella stessa metà per ritrovarsi al massimo va al ristorante. Ma non è la stessa cosa…”.
La festa dunque che va riscoperta, con quel gusto di ritrovarsi, di sedere a tavola insieme, di alzare i calici e brindare alla speranza, di rendere “sacro” un momento di tempo inserito nel tempo, di dargli spessore. Di mangiare i frutti di stagione (da cui frugale) della terra, di rendere “piatto” anche il prodotto più semplice. Di ascoltare le campane, che rintoccano il ripetersi delle ore, del tempo che “torna”, e le bande di paese, che sanno di gaiezza. Il vino, che scorre generoso, e la birra, altrettanto. Santificare un giorno - quello di festa - e tornare poi, rigenerati, al lavoro.
Un po’ come gli Hobbit di Tolkien, di cui Cesare Catà, un altro scrittore della nostra terra, parla come di creature legate ai ritmi della natura, amanti del bere, del mangiare, del fare all’amore; creature non sofisticate ma schiette, leali, legate alla Contea e tutto ciò che vi cresce.
Allora, da questo libro che riscopre i giacimenti nascosti del nostro “oro nero”, parte l’idea di una serie di azioni da intraprendere e di un manifesto da proporre. La prima azione riguarda le strategie tese a far recuperare l’Indice di Adeguatezza Mediterranea nello stile alimentare del nostro territorio.
Questo vuol dire interventi di conoscenza e approfondimento nelle scuole di ogni ordine e grado; l’avvio di corsi per operatori sanitari, tecnici ospedalieri, e poi ristoratori, cuochi, produttori agroalimentari; la riscoperta e valorizzazione di eventi capaci di recuperare le tradizioni locali della Dieta mediterranea; la diffusione d’informazione sui media classici e sui social network; il lancio degli orti della salute che stavano particolarmente a cuore al prof. Flaminio Fidanza; interventi infine sulla ristorazione collettiva.
La seconda azione dovrebbe invece vertere su programmi specificamente finalizzati a promuovere la Dieta mediterranea come referenza della Terra di Marca, come suo traino. È per questo fine che a Montegiorgio, patria incontestabile della Dieta mediterranea, è nato con un atto ufficiale del Comune il Laboratorio Piceno della Dieta mediterranea. Ma pensiamo anche a un Museo della Dieta mediterranea; alla valorizzazione della cultura antropologica picena; all’inquadramento delle “sagre” nella cornice della Dieta mediterranea; alla sensibilizzazione di operatori economici e politici; a una forte campagna di pubblicità; a una convegnistica adeguata; a ricerche e studi storici; alla riscoperta della cucina monastica; al recupero delle pratiche agronomiche; alla realizzazione di un Centro contro l’Obesità in accordo e collaborazione con l’ASUR e le Università marchigiane. Un grande lavoro che parte dall’“oro nero” e che, con questo libro, inizia a riemergere.
Alcune cose sono già nate e operano da un anno circa: il Laboratorio, come dicevamo, gli incontri nelle scuole, quelli con le associazioni, la stesura di un primo menù della Dieta, la Prima Fiera delle Qualità con 35 piccoli/grandi produttori della Terra di Marca. C’è tanto da fare. Nulla da inventare, ma tutto da riproporre con formule nuove.

Tratto dalla prefazione scritta da Adolfo Leoni per il libro "Dieta Mediterranea. Il tempio della Sibilla" di Lando Siliquini.